Il flauto magico, soggetto

Il flauto magico c’entra relativamente poco con la storia narrata e viene suonato solo in una breve scena in cui il tenore protagonista incanta dei mansueti animaletti. Ambientata in un Egitto immaginario, e corredato di simbologie massoniche, la deliziosa “opera tedesca” - un po’ parlata e un po’ cantata - narra piuttosto di un’iniziazione di coppia (s’intende, di genere del tutto innocente).

Il flauto e i campanelli magici vengono dati al principe Tamino per affrontare le avversità andando alla ricerca della bella Pamina, figlia della Regina della Notte. Lui non lo sa (e non lo sapeva neppure Mozart fino a quando glielo rivelò il librettista, dopo che aveva già musicato il primo atto), ma Pamina è stata rapita dal saggio e antipatico Sarastro proprio per essere sottratta alla perniciosa influenza della madre e del suo seguito (le tre dame, il nero e lubrico Monostato). Per riuscirci, Tamino deve imparare a essere un vero uomo: ad esempio esercitandosi al silenzio, o nel non dare troppo peso alle lamentele e alle lacrime delle donne.

Solo a quel punto scatterà per lui l’unica vera felicità: quella di coppia. E scatterà inaspettatamente anche per il sempliciotto Papageno, un essere simpatico e spontaneo, metà uomo e metà uccello, anche lui armato musicalmente (ma di uno zufolo per niente magico), il cui ibridismo rendeva difficoltosa la ricerca di una compagna adeguata. Invece la trova e, più che un amore, è subito una campagna demografica a prima vista.

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